intervista a fabiano catania

Intervista a Fabiano Catania

Intervista a Fabiano Catania, docente specializzato in comunicazione pubblica digitale. Grazie alla sua testimonianza, è stato possibile approfondire quanto il web e i social media siano rilevanti e strategici nella comunicazione tra PA e cittadini al fine di migliorare ascolto, trasparenza e chiarezza.

intervista a fabiano catania

1.⁠ ⁠Può raccontarci un po’ di lei e del suo percorso professionale?

Sono siciliano ma trapiantato in Toscana ormai da diversi anni. Mi occupo della comunicazione digitale dell’Università di Pisa e in particolare della gestione dei social media. Ci sono arrivato con un percorso certamente non lineare: dopo la laurea triennale in scienze dei servizi giuridici, ho scoperto che la comunicazione era la mia strada grazie a Radioeco, la radio universitaria dell’Ateneo pisano. Ho quindi deciso di laurearmi in comunicazione e, dopo diverse esperienze di ricerca tra Parigi, Torino e Dublino sui temi del public engagement, sono ritornato in Italia. Dal 2019 mi occupo quotidianamente della comunicazione digitale dell’Università di Pisa: social network, campagne, strategie, contenuti.

Dal 2022 insegno anche Sociologia della Comunicazione come docente a contratto. E da qualche mese ho deciso di raccontare il mio lavoro su LinkedIn, con l’obiettivo di contribuire a costruire una cultura della comunicazione pubblica come servizio ai cittadini.

2.⁠ ⁠Cosa l’ha spinta a specializzarsi nella comunicazione pubblica digitale?

Credo che il vero punto di svolta sia stato accorgermi che la comunicazione nella PA non è solo una questione di visibilità, ma di fiducia. In un contesto in cui i cittadini faticano a capire, a orientarsi, a sentirsi accolti, una buona comunicazione può fare la differenza.

Ho scelto la PA perché penso che ci sia un’urgenza culturale prima ancora che digitale: ricostruire il rapporto tra istituzioni e cittadini. E credo che la comunicazione sia uno degli strumenti più potenti per farlo.

3. ⁠È membro di PA Social. Potrebbe raccontarci di cosa si tratta?

PA Social è la prima associazione italiana dedicata alla comunicazione e informazione digitale nella Pubblica Amministrazione e da anni lavora per il riconoscimento delle nuove figure della comunicazione pubblica digitale. Ma è molto più di un’associazione: è una comunità fatta di buone pratiche, un luogo in cui confrontarsi, sperimentare, crescere insieme.

Entrare in PA Social per me ha significato trovare uno spazio in cui riconoscersi e imparare: un ecosistema che ha dato legittimità e visibilità a tanti professionisti che ogni giorno cercano di innovare la comunicazione pubblica dal basso.

4. Cosa rappresenta per lei il progetto di PA Connect?

PA Connect è la mia newsletter settimanale su LinkedIn, ma prima ancora è una dichiarazione di intenti. È nata perché mi sono accorto che non c’erano molti spazi online dove confrontarsi con altri professionisti e altre professioniste del mio settore sulle criticità e sui temi che tutti i giorni ci troviamo ad affrontare quando comunichiamo la PA.

L’ho pensata come uno spazio per approfondire temi, strategie e buone pratiche della comunicazione pubblica digitale. Un luogo di aggregazione anche per creare dibattito partendo dal racconto di quello che sperimento ogni giorno, con uno sguardo analitico ma accessibile.

PA Connect è anche un modo per creare connessioni: tra chi lavora nella PA, chi studia comunicazione, chi vuole portare cambiamento. Credo che oggi, più che mai, servano luoghi di riflessione autentica e concreta su come comunichiamo come istituzioni.

5. Quali sono le esigenze che hanno spinto la PA a comunicare anche online?

Semplice: i cittadini sono lì. Non si può pretendere che le persone vadano a cercare l’informazione solo dove l’abbiamo sempre pubblicata.

La PA ha dovuto cambiare pelle, abbandonare l’idea di essere solo un emettitore di atto e diventare un interlocutore. Il web non è solo un canale: è un nuovo contesto culturale. E la PA deve esserci in modo consapevole e strategico.

6. Quali opportunità offrono la digitalizzazione dei servizi e la comunicazione online?

La più grande opportunità è rendere le istituzioni più accessibili. Quando comunichi bene, puoi abbattere le barriere: linguistiche, culturali, procedurali.

La digitalizzazione non è solo efficienza, a mio avviso è anche empatia. Se fatta bene, avvicina, semplifica, accompagna. E può generare fiducia, che è il vero capitale sociale di una PA moderna.

7. Come si è evoluta la comunicazione pubblica digitale della PA?

Siamo passati dalla logica del “pubblico avviso” a quella del “servizio attivo e interattivo”.

Prima si pubblicava, ora si conversa. Prima si informava, ora si ascolta.

Certo, non ovunque e non sempre. Ma negli ultimi anni si sono affermati nuovi profili professionali, nuove competenze e una nuova sensibilità. E c’è una generazione di comunicatori pubblici che sta portando avanti questo cambiamento con passione e visione.

8. Quali strumenti digitali ritiene fondamentali oggi per una PA che voglia comunicare in modo efficace e trasparente?

Secondo me non è solo una questione di strumenti ma anche e soprattutto di approcci. Ma se dovessi scegliere:

  • I social network, se usati in modo strategico e con un tone of voice coerente.
  • Le newsletter, per costruire un rapporto diretto e duraturo con le persone.
  • Dashboard e strumenti di analisi, perché senza dati non può esserci strategia.

E poi Canva, CapCut, strumenti AI come ChatGPT: non è una questione di moda o di trend, ma di efficienza e creatività. Però servono competenze, non solo strumenti.

9. Come può la PA utilizzare i social media per migliorare l’interazione e l’engagement dei cittadini?

Ascoltando, prima di tutto. Non si può parlare alle persone se non si parte dai loro bisogni.

Poi servono contenuti pensati per il contesto: chiari, utili, accessibili. Non basta “esserci”, bisogna esserci nel modo giusto.

E infine serve coerenza: nella voce, nella presenza, nella capacità di rispondere. I social non sono una vetrina, sono una relazione. E vanno curati ogni giorno.

10. Come crede che l’AI possa incidere sull’evoluzione della PA?

In realtà sta già incidendo più di quanto si pensi. L’intelligenza artificiale può liberare tempo e risorse. Ma non può sostituire il pensiero critico, l’ascolto, l’empatia.

Nella comunicazione pubblica può essere un alleato potente, se usata per potenziare e non per automatizzare acriticamente.

Io la uso quotidianamente, ma sempre come supporto al ragionamento, non come scorciatoia.

11. Quali sono le sue aspettative per il futuro della comunicazione pubblica digitale in Italia?

Mi piacerebbe che la comunicazione diventasse finalmente riconosciuta come una leva strategica. Il percorso è ormai avviato e non si torna più indietro.

E che ogni cittadino, anche quello più lontano, possa dire: “Questa informazione l’ho capita. Questa PA mi ha ascoltato”.

12. Può consigliare tre libri sulla comunicazione pubblica digitale?

Scelgo tre libri che mi hanno aiutato (e continuano ad aiutarmi) a cambiare prospettiva e a fare meglio il mio lavoro:

  • “Comunicazione pubblica. Istituzioni, pratiche, piattaforme” di Alessandro Lovari e Gea Ducci – per un quadro completo pratico e teorico dell’intero settore.
  • “Viaggio nella Riforma digitale e nelle Intelligenze della PA” di Sergio Talamo e Francesco Di Costanzo – per approfondire gli scenari che ci aspettano dal punto di vista della comunicazione pubblica.
  • “Networked Publics” (a cura) di Kazys Varnelis – per riflettere sulle trasformazioni digitali più profonde.
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